Gli antichi prendevano il riso sul serio. Non solo Aristotele gli avrebbe dedicato il famigerato secondo libro della Poetica, ma esisteva un culto del dio Ghèlos: "Riso", appunto, in greco. La risata, spesso, aveva una componente morale: a essere messi alla berlina erano i vari "tipi" umani e i relativi difetti. Nell'unica raccolta antica di barzellette a esserci giunta, il Philogelos, tra i bersagli compaiono soprattutto persone che hanno studiato, sapienti o forse saccenti, rappresentati come talmente supponenti, e sovente talmente persi nelle proprie astruse speculazioni, da essere inadatti alla vita quotidiana. Di questa mordacità contro gli intellettuali, del resto, avrebbero fatto le spese Cicerone e lo stesso Socrate, che mostrò la propria magnanimità anche nell'accettare la satira spietata che lo vedeva protagonista – un esercizio di umiltà tra i più difficili. Altri sapienti e letterati a loro volta adottarono il riso, un riso senza limiti e senza riguardi per nulla e per nessuno, come l'arma più potente per mettere a nudo e sgretolare le infinite ipocrisie, manie, falsità e trappole che costellano l'esistenza di noi tutti. Luciano è forse il più noto. Ma il caso più emblematico è quello del filosofo Democrito, che con il suo folle riso ha lanciato un monito sempre attuale a riprendere il controllo delle nostre vite, in uno dei passi più potenti, e meno noti, della letteratura antica.